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Giuliana Vitali - Primo Premio Nabokov 2025 - Narrativa Edita



Valentina Di Ludovico

Scrittrice, giornalista, condirettrice della rivista letteraria cartacea illustrata Achab, in attività dal 2013, fondata da Nando Vitali.


Per alcuni anni ho condotto la trasmissione radiofonica Work in progressive presso la Cheyenne Radio Sound (web radio tv) di Edoardo e Giorgio Bennato.


Collaboro con diversi giornali e riviste culturali come Left, Huffpost Italia, Wired Italia, Il Quotidiano del Sud, Succedeoggi di Nicola Fano, KulturJam di Sandro Medici, dove pubblico racconti, interviste e video-interviste, recensioni, reportage oltre che in ambito letterario-culturale, una particolare attenzione è rivolta al sociale e ai diritti.

Ho frequentato la scuola di scrittura Genius di Paolo Restuccia e in particolare il corso dello scrittore Andrea Carraro.

Il mio primo romanzo “Nata nell’acqua sporca” (con prefazione di Silvio Perrella) è stato pubblicato da Giulio Perrone editore nel maggio 2025. Vincitore del Premio Nabokov 2026 per la narrativa edita. Le varie candidature per alcuni premi letterari sono:


- Premio Strega 2026 (candidata da Marco Debenedetti)

- Premio Nabokov (vincitore);

- Premio Fiesole (candidata tra i primi 15 libri);

- Premio Scarpetta (finalista).


D’ispirazione al romanzo, ho scritto e composto il brano musicale “Isola” uscito nel 2025, interpretato da Pietra Montecorvino e con il contributo al clarinetto di Alessandro Papotto (ex membro storico del Banco del Mutuo Soccorso).  




INTERVISTA ALL'AUTRICE




Ci sono temi particolari che volevi esplorare attraverso la storia?

Nel romanzo ho attraversato alcuni temi come la tossicodipendenza e l’aborto, ma senza volerli spiegare o trasformare in casi: mi interessava farli vivere dall’interno, nella loro complessità. Da sempre mi muovo dentro temi sociali ma non sociologici perché non mi interessa spiegare o classificare, ma stare dentro le vite. È una direzione che appartiene al mio sguardo sul mondo prima ancora che alla scrittura. Scrivo anche per alcune testate giornalistiche e questo alimenta un approccio alla realtà fatto di osservazione, ascolto e attraversamento. E per me stare dentro una storia è un atto di indagine, di responsabilità civile: significa non restare in superficie, provare a capire cosa c’è sotto, nelle vite delle persone e nei contesti che le determinano. Nella scrittura questo si traduce nel non usare i personaggi come esempi o casi, ma nel lasciarli esistere nella loro complessità, anche contraddittoria. Non spiegare il disagio, ma farlo sentire.


Quali sono stati i tuoi punti di riferimento letterari durante la stesura?

Penso a Domenico Rea per il suo realismo viscerale, Anna Maria Ortese per quello sguardo capace di attraversare degrado e marginalità senza mai perdere profondità. Accanto a loro ci sono Pasolini, Carver, Miller, Steinbeck, McEwan, Camus. Ma per me la letteratura non è mai separata dal cinema. Non è un caso che molte di queste opere abbiano trovato una seconda vita sullo schermo. Mi viene da pensare ad America Oggi di Altman per esempio. Oppure all’ultimo film di Ozon – piccolo capolavoro per me - Lo Straniero (tratto dal romanzo di Camus) che è nelle sale proprio in questi giorni. E poi c’è un cinema più ruvido, quasi reportistico, come quello di Claudio Caligari, un regista che considero ancora oggi sottovalutato. Ecco io ho forse l’esigenza di un linguaggio che funzioni per immagini, per sequenze. Volevo che chi legge non osservasse i personaggi da fuori, ma li attraversasse, sentisse i loro pensieri addosso.


Hai seguito una scaletta o la storia si è evoluta man mano?

La scaletta per uno scrittore può essere uno strumento fondamentale perché ti orienta, ti dà una direzione, tiene insieme la struttura. È una bussola, soprattutto all’inizio, quando la storia è ancora fragile.

Ma a un certo punto diventa necessario anche tradirla. Penso che la scrittura non sia mai del tutto governabile: mentre procedi qualcosa cambia, si apre, prende direzioni che non avevi previsto. E allora bisogna starci dentro e lasciare che accada. Spesso è proprio lì che la storia trova una forma più autentica.

 

Hai avuto momenti di blocco creativo? Se sì, come li hai superati?

Il processo di scrittura, almeno per me, non è qualcosa che fa stare bene. È un processo spesso doloroso, perché ti costringe a scendere nelle ombre, dentro la complessità umana. Non solo per i temi che affronti, ma anche per la fatica di trovare la forma giusta per raccontarli.

I momenti di blocco, di sconforto, di rabbia arrivano sempre. Si va avanti comunque, con fatica e ostinazione, anche quando sembra di non avere più niente tra le mani.

Poi ci sono momenti diversi, più vuoti: quando senti che non hai nulla da dire. In quei casi è inutile forzare. Meglio fermarsi, leggere, lasciare spazio. Anche quello fa parte del lavoro.

 

C’è un messaggio specifico che vuoi trasmettere ai lettori?

Non credo che la letteratura – e l’arte in generale – debba trasmettere messaggi. Non è questo il suo compito, e quando lo fa rischia di diventare didascalica, di chiudere invece che aprire.

Per me è piuttosto un invito alla riflessione sulla realtà, sia fuori che dentro di noi. Un modo per creare uno spazio in cui le cose possano essere guardate più a fondo, senza semplificazioni.

Mi interessa aprire domande, mettere il lettore in una posizione attiva senza rassicurarlo affinché possa interrogarsi, anche scomodamente, e costruire un proprio sguardo critico.

Se resta qualcosa, spero sia proprio questo: una frattura, un dubbio, un movimento interno che continua anche dopo la lettura.

 

 




ROMANZO VINCITORE PREMIO NABOKOV 2025




Copertina Libro

(Sinossi)


Sara, giovane napoletana, cresciuta nell'assenza di un padre emigrato in Albania e nella distanza emotiva di una madre troppo presa dal suo lavoro di giornalista, impara presto a convivere con il silenzio e l'incomprensione. Fuggire diventa l'unica scelta possibile: lascia la casa d'infanzia per seguire il fidanzato tossicodipendente, ritrovandosi in un vortice di eccessi e smarrimento. Il suo destino si intreccia con quello di altri tre compagni di deriva. La loro amicizia è il nodo viscerale di un amore tossico e in questo naufragio volontario, il corpo diventa una frontiera da esplorare, un territorio di perdizione e riscoperta. Ma il passato riaffiora, si insinua nel presente, lo plasma e lo deforma come un'eco: l'infanzia e l'adolescenza si specchiano l'una nell'altra, cicliche, inevitabili in un dialogo doloroso tra la bambina che era e la donna che sta diventando.







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