Wladimiro Borchi - Premio Speciale della giuria - Premio Nabokov 2025 - Crime
- Salvatore Amorello
- 1 giorno fa
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Nato a Firenze il 3 febbraio del 1973. Avvocato penalista, è autore di numerosi romanzi: Liriche esplicite (La Signoria Editore, 2017), Aurora Conan Boyle e il Grande Segreto di Babbo Natale (La Signoria Editore, 2017), Alice Conan Boyle e i misteri di Querciamondo (Edizioni Jolly Roger, 2018), Eravamo fascisti (Edizioni Jolly Roger, 2018), Il respiro dell’Uno (Edizioni Jolly Roger, 2019). Nel 2021 è uscito per Bibliotheka Edizioni il romanzo Vivo nel buio, vincitore del premio “Streghe, Vampiri & Co.” ed. 2019, che ha ottenuto la menzione d’onore al “Premio Argentario” ed. 2020. Nel 2022 col romanzo inedito Il sentiero di ghiaia (pubblicato da Fratelli Frilli Editori nel 2025 con il titolo Omicidio al Lampredotto) è stato finalista al “Premio Alberto Tedeschi” e con il racconto La finale di Mexico ‘86 (Delos Digital, 2023) al “Premio Gran Giallo Cattolica” e al “Termini Book Festival”. Nel 2024 sono usciti: lo space-thriller Loop 52 (edizione e-book con Delos Digital – edizione cartacea con Isenzatregua edizioni) e il romance a tinte fosche Il malnato (Delos Digital). Il suo racconto L’ultima volta che vidi Leone Serafini ha vinto il Premio Neroma 2024 e verrà pubblicato su Il Giallo Mondadori. Il sentiero di ghiaia si è anche qualificato al secondo posto, nella categoria “Miglior Romanzo Assoluto”, a Giallo Festival Ed. 2024.
INTERVISTA ALL'AUTORE
Qual è la trama principale del libro?
Omicidio al lampredotto racconta la storia di Leone Serafini, un ex avvocato fiorentino un po’ disilluso, ironico e pasticcione, che si ritrova coinvolto in un’indagine molto più grande di lui.
Leone vive praticamente alla giornata, tra bicchieri di cahaca e birra, un’esistenza che sembra continuamente sfuggirgli di mano. A un certo punto, però, è costretto a tornare dal Brasile in Italia perché il padre viene accusato di un fatto gravissimo e infamante. Da lì comincia tutta la vicenda.
Quello che inizialmente sembra un caso relativamente semplice si trasforma poco alla volta in un’indagine piena di personaggi ambigui, situazioni assurde, criminalità, vecchi rancori e verità nascoste. Leone si trova così a dover improvvisare il ruolo dell’investigatore, pur non essendo affatto un detective classico: sbaglia, inciampa, si caccia nei guai, ma proprio questa sua umanità lo rende credibile.Il romanzo mescola due anime:da una parte il giallo vero e proprio — con omicidi, deduzioni, colpi di scena e investigazioni — e dall’altra una forte componente ironica e quasi da commedia nera toscana. Firenze non è soltanto lo sfondo, ma un personaggio vero e proprio: le strade, i quartieri popolari, i bar, il linguaggio, il lampredotto, tutto contribuisce a creare quell’atmosfera molto fiorentina e molto vissuta.
Come hai scelto il titolo del romanzo?
In realtà la storia del titolo è abbastanza curiosa, perché Omicidio al lampredotto non nasce affatto come titolo scelto da me.Arrivare alla distribuzione nazionale del romanzo non è stato semplice. Io avevo conosciuto la Fratelli Frilli tramite bravissimi scrittori, tra cui Roberto Mistretta e anche Gianfranco Nerozzi. Così mando il manoscritto alla casa editrice, ma passano addirittura tre anni senza che succeda nulla. Nessuna notizia concreta del romanzo.
A un certo punto incontro personalmente Carlo Frilli durante una premiazione a Firenze. Avevo fatto rilegare il libro quasi come fosse un’edizione da comodino, bella da vedere, da tenere in mano. E sopra la copertina avevo scritto quello che nel gergo editoriale si chiama “pitch”, cioè il romanzo riassunto in pochissime righe.
Il pitch diceva: “Un Grande Lebowski al gusto di lampredotto scappa in Brasile, ma deve tornare in Italia per salvare il padre da un’accusa infamante.”
Lui legge questa frase, comincia a ridere e mi dice che quell’idea del “Grande Lebowski al lampredotto” gli era rimasta impressa.Poi finalmente arriva il momento della pubblicazione. Carlo Frilli mi chiama e mi dice che il romanzo verrà pubblicato. Qualche tempo dopo presenta il libro durante una diretta Facebook — era tra dicembre 2024 e gennaio 2025 — e io seguo la diretta curioso di sentire come avrebbe parlato del romanzo.
E lì, all’improvviso, presenta il libro con questo titolo: Omicidio al lampredotto.
Devo essere sincero: all’inizio non mi piaceva affatto. Mi sembrava troppo buffo, quasi ridicolo, poco serio per un giallo. Però poi ho iniziato a rifletterci e ho capito che dentro quel titolo c’era esattamente l’anima del romanzo.
C’è il delitto, quindi il giallo vero e proprio. Ma c’è anche Firenze, c’è il lampredotto, c’è l’ironia toscana, c’è un protagonista a cui capita continuamente qualcosa di assurdo. È un romanzo investigativo, sì, ma è anche un cozy crime dove ci si diverte.
E alla fine devo ammettere che Carlo Frilli aveva visto giusto: Omicidio al lampredotto era un titolo perfettamente funzionale. Un titolo che incuriosisce, fa sorridere e soprattutto non te lo dimentichi.
Hai seguito una scaletta o la storia si è evoluta man mano?
In realtà io, tutte le volte che scrivo un giallo, parto sempre da una scaletta molto dettagliata. Non sono uno di quelli che si siedono davanti alla tastiera e vedono dove la storia li porta. Io ho bisogno di costruire prima l’architettura del romanzo.
La prima cosa che faccio è individuare quelle che considero le quattro “M” del giallo: murder, means, moment of opportunity e motive.
Quindi: chi è stato ucciso, con quali mezzi il delitto è stato commesso, quale fosse l’occasione concreta per compierlo e soprattutto il movente. Per me il movente è fondamentale, perché è ciò che dà spessore umano al delitto.
Una volta individuate queste quattro componenti, comincio a costruire la struttura narrativa utilizzando il viaggio dell’eroe di Vogler. Parto quindi dal mondo ordinario, cioè dalla vita quotidiana del protagonista prima che tutto cambi. Nel caso di Leone Serafini, lo faccio muovere nella sua normalità: un’esistenza un po’ sgangherata, ironica, piena di piccoli fallimenti e situazioni tragicomiche.
Poi arriva la chiamata all’avventura. In Omicidio al lampredotto, la chiamata è la telefonata della madre dal Brasile, che avverte Leone che il padre è accusato di omicidio. Da lì la sua vita cambia completamente.
A quel punto tutte le tappe del viaggio dell’eroe vengono riassunte da me in una scaletta molto precisa, spesso descritta in appena due righe per scena o per sequenza narrativa. Cerco poi di rispettarla quasi pedissequamente durante la scrittura.
Naturalmente, mentre scrivo, la storia tende comunque a evolversi. Mi vengono in mente situazioni parallele, scene particolarmente buffe, dialoghi che inizialmente non avevo previsto, oppure personaggi secondari che crescono molto più del previsto e chiedono spazio. E allora aggiungo, modifico, approfondisco.
Però cerco sempre di mantenere una struttura estremamente rigorosa. Ho quasi un approccio matematico alla costruzione del romanzo. Cerco di distribuire le varie tappe del viaggio dell’eroe in maniera molto precisa: la prova centrale deve stare perfettamente al centro della storia, poi arriva la conquista del premio, il ritorno con l’elisir e infine la conclusione.
Persino il numero delle pagine, delle battute e delle cartelle viene controllato con attenzione, perché voglio che il ritmo narrativo rimanga il più possibile equilibrato e lineare.
Come bilanci la scrittura con altri impegni quotidiani?
Io credo che, alla fine, il tempo per fare le cose lo si trovi davvero soltanto se ci si crede fino in fondo. Non penso esista qualcuno che abbia “tempo libero” in abbondanza: semplicemente si scelgono le priorità.
Nel mio caso ho anche una situazione particolare. Mia moglie lavora nella scuola e quindi può andare in vacanza soltanto nei mesi estivi, sostanzialmente luglio e agosto. Questo significa che io, durante l’anno, non posso prendermi una settimana libera per fare un viaggio con lei o con le mie figlie. Non esiste quella possibilità.
E allora mi sono dato una regola molto semplice: quando decido di scrivere un romanzo, scrivo tutti i giorni. Anche poco. Anche solo un’ora.
Il momento in cui scrivo di più è la pausa pranzo. Mentre magari i colleghi escono a mangiare con calma o si prendono una pausa vera, io spesso mangio un panino veloce in studio e scrivo. Oppure prendo qualcosa da mangiare rapidamente e torno subito alla tastiera. È lì che, giorno dopo giorno, il romanzo cresce davvero.
Poi però arriva la parte più impegnativa, che per me è la rilettura. La prima rilettura di un romanzo deve essere fatta in tempi abbastanza rapidi. Non puoi diluirla per due o tre mesi, altrimenti perdi il ritmo interno della storia e non capisci più se il libro funziona davvero.
In quella fase bisogna verificare tutto: se il romanzo ha il giusto equilibrio, se regge il ritmo, se la suspense funziona, se le parti ironiche sono ben dosate rispetto al giallo.
Ed è lì che faccio una cosa un po’ particolare: mentre magari altri colleghi si prendono una settimana per andare in viaggio o fare un weekend lungo, io mi prendo qualche giorno e mi chiudo in studio dalla mattina alla sera a rileggere il romanzo. Sette ore al giorno, sei o sette giorni consecutivi.
Può sembrare una follia, ma per me quella è quasi una forma di vacanza. Siccome non potrei comunque partire con la mia famiglia durante l’anno, mi concedo questo tempo immerso completamente nella storia.
Poi arriva la fase dell’editing con la mia editor, e lì il lavoro cambia: si riscrive, si corregge, si limano i dettagli. Ma quella parte è senz'altro più diluita nel tempo.
ROMANZO VINCITORE - PREMIO NABOKOV 2025
(Sinossi)
Un delitto che scuote Firenze. Un investigatore dal passato ingombrante. La ricerca della verità che diventa una sfida personale. Leone Serafini, ex avvocato diventato investigatore privato in Brasile, è costretto a tornare nella sua città natale quando suo padre viene accusato di un atroce omicidio: l’assassinio di una giovane nei giardini dello Stibbert. Tra accuse infamanti, un sistema giudiziario che sembra più interessato alla condanna che alla verità e i fantasmi del suo passato, Leone dovrà mettere in discussione tutto ciò che ha lasciato alle spalle.
Ad affiancarlo in questa indagine, un improbabile alleato: Amanda, un’amica trans sincera e senza filtri, l’unica capace di offrirgli conforto in un mondo ostile. Mentre gli indizi si accumulano e i legami familiari si sfaldano, Leone scoprirà che risolvere questo caso significa non solo scagionare suo padre, ma anche affrontare i propri demoni. Una storia intrisa di noir, ironia e atmosfere fiorentine, in cui ogni segreto è un pezzo di un puzzle letale.






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