Teresa Valenti - Primo Premio Nabokov 2025 - Saggistica Inedita
- Salvatore Amorello
- 8 giu
- Tempo di lettura: 9 min

Teresa Valenti
Teresa Valenti nasce a Roma il 2 ottobre 1960. Consegue la laurea magistrale in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi Roma Tre, con la tesi Le donne della Resistenza partigiana di Alfonsine e Santa Sofia, ottenendo la votazione di 110 e lode.
Nel corso della sua vita professionale ha lavorato come educatrice, esperienza che ha profondamente segnato il suo sguardo pedagogico ed etico.
Parallelamente, ha coltivato una costante attività di ricerca sulla Resistenza italiana, con particolare attenzione agli studi di genere e al ruolo delle minoranze nella lotta di liberazione. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra riflessione filosofica, memoria storica e impegno civile.
È autrice anche del saggio La filosofia e la resistenza delle donne partigiane, finalista al Premio Nabokov 2025.
INTERVISTA ALL'AUTORE
Cosa ti ha spinto a scrivere questo saggio?
Ciò che mi ha spinto a scrivere questo saggio è stato, innanzitutto, un interrogativo profondo: come sia stato possibile, per uomini e donne credenti, conciliare il proprio credo religioso, intrinsecamente orientato alla pace, con la partecipazione alla guerra e alla lotta armata della Resistenza.
Questa tensione non è soltanto storica, ma profondamente esistenziale. Ho sentito la necessità di comprenderla non attraverso una ricostruzione puramente fattuale, ma entrando nelle dimensioni interiori, emotive e coscienziali di chi ha vissuto quella scelta. Per questo ho scelto di partire dalle biografie, dalle testimonianze e dagli scritti dei protagonisti, cercando di mettere in luce non solo ciò che è accaduto, ma il vissuto che ha reso possibile quelle azioni.
Un altro elemento decisivo è stato il desiderio di indagare la spiritualità della Resistenza: non solo in senso religioso, ma anche politico e umano. Mi interessava capire come la fede, religiosa o laica, potesse trasformarsi in motivazione concreta all’azione, capace di sostenere il peso della guerra, della sofferenza e della morte.
In questo percorso, figure come Dietrich Bonhoeffer e Aldo Gastaldi, considerato il primo partigiano d’Italia, mi hanno offerto chiavi interpretative decisive: da un lato, la responsabilità etica che accetta il rischio della colpa pur di non sottrarsi al male della Storia; dall’altro, una forma di religiosità profondamente incarnata, capace di tradursi in educazione, disciplina morale e libertà di coscienza, anche dentro la complessità della lotta armata.
Infine, ho scritto questo saggio perché sentivo l’urgenza di restituire alla Resistenza una dimensione più complessa e attuale: non solo evento storico, ma esperienza umana universale, in cui si intrecciano coscienza, scelta, responsabilità e sofferenza. Comprendere queste dinamiche significa, ancora oggi, sostare in quella soglia sottile in cui l’uomo decide se restare spettatore o diventare parte della Storia; significa misurarsi con il peso delle proprie decisioni e con la possibilità, fragile ma reale, che anche nel tempo più oscuro possa emergere una forma di giustizia che non si impone, ma si costruisce.
Quali sono le idee o le tesi principali che sostieni nel libro?
La prima tesi è che la Resistenza non possa essere compresa soltanto come evento politico o militare: essa è stata anche un’esperienza spirituale. Nel libro cerco, infatti, di mostrare che, dietro la scelta resistenziale, armata o disarmata, vi fosse un nucleo interiore fatto di coscienza, di fedeltà ai valori, di sofferenza morale e di assunzione di responsabilità. Per questo, fin dall’inizio, il saggio insiste sul fatto che capire la Resistenza significa entrare nella “storia emozionale” dei suoi protagonisti, non limitarsi alla cronaca dei fatti. È nell’intima relazione tra fede, politica e coscienza che matura la decisione di resistere.
Una seconda tesi fondamentale è che la spiritualità della Resistenza non coincide semplicemente con la religione istituzionale. Il movimento che il libro prova a descrivere è proprio questo passaggio: dalla religione alla religiosità, cioè da un sistema di appartenenze e formule a una verità vissuta, incarnata, messa alla prova dentro la Storia. La Resistenza, in questa prospettiva, diventa il luogo in cui la fede smette di essere rifugio o linguaggio separato dal mondo e si trasforma in presenza concreta nel dolore umano, nel rischio, nella scelta difficile, nella difesa della dignità offesa. È una spiritualità che non evade dal mondo, ma lo attraversa.
Per questo Bonhoeffer occupa nel saggio un posto decisivo. Attraverso la sua figura sostengo che la fede, quando è autentica, non può limitarsi a contemplare il male o a consolare le sue vittime: deve assumere il peso della responsabilità storica. Bonhoeffer mi permette di sostenere una tesi molto forte: esistono momenti in cui non agire equivale a diventare complici. La Resistenza, allora, non è letta come negazione della fede, ma come sua estrema verifica. Non una fede innocente, non una fede rassicurante, bensì una fede che accetta perfino la lacerazione della colpa pur di restare fedele all’uomo umiliato. In questo senso, l’azione responsabile non è mai pura; è tragica, esposta, ferita, ma necessaria.
Accanto a questa linea, il libro sviluppa una tesi altrettanto importante: la Resistenza ha prodotto una forma di etica “mondana”. Uso questo termine per indicare una moralità che non nasce da un’astrazione, ma dal contatto vivo con la realtà. La sofferenza non è più pensata come fatto privato o soltanto religioso; diventa sofferenza condivisa, storica, collettiva. È il male del mondo che interpella la coscienza. Da qui deriva l’idea che la spiritualità resistenziale non sia evasione dall’aldiquà, ma immersione più radicale nell’aldiquà: nella fame, nella paura, nella violenza, nella necessità di scegliere.
Un altro asse centrale del saggio è rappresentato da Aldo Gastaldi, Bisagno, che nel libro non è solo una figura storica esemplare, ma quasi una prova vivente della mia ipotesi. In lui vedo una forma altissima di religiosità incarnata. Bisagno, cristiano e insieme apolitico nel senso più nobile del termine, mostra che la libertà non nasce dall’adesione cieca a un partito, a una formula o a un’appartenenza, ma da una coscienza capace di giudizio. La sua opposizione al reclutamento ideologico dentro le brigate non è un rifiuto della politica; è, al contrario, una difesa radicale della politica come responsabilità personale, come pensiero critico, come scelta non delegata. Per questo nel saggio sostengo che la sua “mondanità” consista nell’aver compreso che tanto il dogmatismo politico quanto quello religioso possono diventare forme di privazione della libertà.
Da qui nasce una tesi per me essenziale: la Resistenza autentica educa alla consapevolezza, non all’obbedienza. Nel saggio emerge con forza che il partigiano non è il semplice esecutore di un ordine, ma una persona chiamata a comprendere il senso della propria azione. Per questo Bisagno attribuisce tanta importanza all’educazione dei ragazzi, all’esempio, alla disciplina morale, al linguaggio, al rapporto con la popolazione. La lotta di Liberazione, nel libro, non è solo lotta contro il nazifascismo; è anche lotta contro tutto ciò che deforma l’uomo dall’interno: il conformismo, la brutalità, l’irresponsabilità, il gusto del potere, la riduzione della politica a propaganda.
In questo quadro si inserisce un’altra tesi di fondo: la Resistenza è stata anche una rivoluzione del buon senso. Richiamandomi a Gramsci, sostengo che la cultura resistenziale abbia avuto la forza di spezzare una visione politico-religiosa che per vent’anni aveva tenuto in ostaggio il popolo, sostituendo al senso comune imposto dal regime una nuova coscienza concreta, critica, solidale. Qui il “buon senso” non è banalità moderata, ma capacità di aderire alla realtà in modo umano e giusto. È la forma pratica di una filosofia vissuta. Per questo nel titolo parlo di passaggio “dalla politica al buon senso”: non per ridurre la politica, ma per salvarla dalla sua degenerazione ideologica e restituirla alla vita concreta delle persone.
Un punto molto rilevante del saggio riguarda poi le donne. Sostengo che la loro presenza nella Resistenza, anche quando non armata, sia stata pienamente politica. Il libro insiste sul fatto che il maternage di massa, la cura, il silenzio, il rischio, il trasporto di armi, la protezione, la solidarietà, non siano elementi marginali o “di contorno”, ma forme decisive di resistenza civile. In questo senso, la donna entra nella storia della Liberazione non solo come aiuto, ma come soggetto di un’inedita uguaglianza civile e morale. È una tesi molto importante, perché allarga l’idea stessa di politica: non solo comando, scontro armato, strategia, ma difesa concreta dell’esistenza.
Infine, una delle convinzioni più profonde del libro è che la Resistenza abbia custodito una forma alta di umanità proprio nel tempo della disumanizzazione. Non idealizzo la lotta partigiana, né ne rimuovo le ambiguità, i dubbi, le colpe, i conflitti. Ma sostengo che, dentro quella notte storica, sia emersa una verità decisiva: l’essere umano può ancora scegliere il bene anche quando il bene non si presenta puro, semplice o indolore. Può scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Può assumere su di sé il costo della libertà altrui.
Ed è forse questa, in fondo, la tesi più intima del saggio: la spiritualità della Resistenza non appartiene solo al passato. Ci riguarda ancora, perché ci chiede che cosa facciamo noi davanti all’ingiustizia, alla violenza, all’umiliazione dell’uomo. Ci chiede se la fede, la cultura, la politica, le idee che professiamo siano davvero vive oppure se restino soltanto parole. La Resistenza, così letta, non è soltanto memoria: è una domanda che continua a bussare alla coscienza. E nel suo bussare ostinato ci ricorda che la dignità umana non si conserva da sola; va custodita, scelta, talvolta persino strappata al buio, con mani fragili ma responsabili.
C’è un particolare evento o esperienza che ti ha portato a scrivere su questo argomento?
La scelta di approfondire il tema della Resistenza nasce, per me, da una radice profondamente affettiva. È un ritorno, prima ancora che un’indagine. Un ritorno ai racconti di guerra che mia madre mi ha donato durante l’infanzia, e che, in qualche modo, hanno preso il posto delle favole. Erano narrazioni dense di pathos, abitate da figure sconosciute e insieme familiari, capaci di imprimere nella memoria immagini vive, mai del tutto dimenticate.
Scrivere questo saggio ha significato riattraversare quel patrimonio emotivo, tornare a una dimensione che conserva un sapore antico, quasi originario, e che porta con sé una traccia materna: non solo per la voce che me l’ha trasmessa, ma per il modo in cui quelle storie custodivano la vita, anche dentro la distruzione.
Per rendere autentico questo percorso, ho sentito la necessità di uscire dalla sola riflessione e di entrare nei luoghi. Andare là dove quei fatti sono accaduti è diventato un passaggio indispensabile: camminare sui sentieri di montagna e nelle distese della pianura, attraversare gli spazi che avevano fatto da sfondo alla Resistenza, non come spettatrice, ma come presenza che cerca di comprendere.
È stato necessario esporsi a quella realtà con il corpo: sentire il freddo pungente, respirare l’odore della terra, ascoltare un silenzio che non è assenza, ma deposito di voci. In quei luoghi, la distanza tra passato e presente si assottiglia, e ciò che era racconto diventa esperienza percepita, quasi condivisa.
È lì che la ricerca ha trovato il suo senso più profondo: non solo ricostruire, ma avvicinarsi. Non solo capire, ma sostare. Perché, a volte, è proprio nel contatto diretto con i luoghi che la memoria smette di essere narrazione e diventa una forma di ascolto, capace di restituire, anche solo per un istante, il respiro umano della Storia.
Cosa speri che i lettori portino con sé dopo aver letto il tuo saggio?
Spero, innanzitutto, che i lettori non portino via soltanto conoscenze sulla Resistenza, ma un’inquietudine feconda. Vorrei che questo saggio non si esaurisse in una comprensione storica o teorica, ma lasciasse una domanda aperta: che cosa significa, oggi, assumersi la responsabilità di fronte al male e all’ingiustizia?
Mi auguro che emerga con chiarezza che la Resistenza non è solo un evento del passato, ma una possibilità sempre presente nell’umano: non una categoria eroica distante, ma una postura della coscienza che rifiuta l’indifferenza e sceglie, anche nel dubbio e nella fragilità.
Vorrei che si cogliesse la profondità della sua dimensione spirituale: una spiritualità immersa nella storia, capace di farsi azione, relazione, solidarietà. Una spiritualità che non evita il conflitto, ma lo assume come luogo in cui si decide il senso dell’agire umano.
Spero resti anche il valore della coscienza critica: non esiste libertà senza responsabilità personale, senza la capacità di pensare, scegliere e, se necessario, andare contro ciò che appare più semplice o rassicurante.
Ma, più profondamente, vorrei che il lettore portasse con sé una consapevolezza: che la dignità umana non è mai garantita una volta per tutte. Si costruisce e si difende, talvolta con coraggio, più spesso attraverso scelte quotidiane, silenziose e coerenti.
Se questo saggio riuscisse anche solo a incrinare l’idea che la Storia sia qualcosa di lontano e concluso, restituendo invece il senso di una responsabilità viva, allora avrebbe raggiunto il suo scopo. Perché la Resistenza non chiede di essere celebrata, ma compresa, e, nei momenti necessari, continuata nelle forme esigenti della coscienza vigile e della fedeltà all’umano.
SAGGIO FINALSITA - PREMIO NABOKOV 2025
La spiritualità della Resistenza.
Dalla religione alla religiosità, dalla politica al buon senso
(Sinossi)
Comprendere, e ancor più accettare, come un cristiano abbia potuto conciliare il proprio credo religioso con l’esperienza della guerra rappresenta una questione complessa. Individuare giustificazioni convincenti alla partecipazione attiva, all’interno della Resistenza, di persone profondamente legate alla cristianità appare infatti un’impresa ardua, soprattutto alla luce del pacifismo che, almeno in linea teorica, caratterizza il cristianesimo e molte altre religioni.
Per questo motivo, il presente lavoro prende in esame alcune figure esemplari che, attraverso le loro vite, incarnano in modo significativo questo conflitto interiore. L’analisi della dimensione spirituale, religiosa e politica, nella Resistenza, sia armata sia disarmata, consente di rileggere biografie e scritti attraverso una prospettiva diversa, più attenta alla complessità dell’esperienza umana.
Il tentativo di comprendere tali scelte passa necessariamente attraverso l’esplorazione della storia emozionale di ciascun credente. È nell’intima relazione tra fede religiosa e tensione politica che ogni combattente ha costruito motivazioni capaci di sostenere il peso della guerra e della morte, rendendo possibile l’esperienza stessa della Resistenza.
Questo lavoro non intende rivendicare spazi ideologici, ma contribuire alla ricostruzione della memoria collettiva, dando voce anche a quelle presenze silenziose che hanno comunque fatto la Storia. Non si propone di suscitare scandalo né di contrapporsi a interpretazioni consolidate, ma si dichiara dalla parte di una spiritualità universale, che appartiene all’uomo in quanto tale.
In questa prospettiva, si rende necessario uno sforzo consapevole per superare giudizi e coinvolgimenti emotivi che rischiano di semplificare la Storia in una contrapposizione netta tra “buoni” e “cattivi”. Le vicende umane si rivelano, invece, assai più sfumate. Ciò non implica una confusione tra il valore della Resistenza e il disvalore dell’oppressione, ma piuttosto un diverso livello di indagine: non quello della celebrazione o della condanna, bensì quello della comprensione.
L’obiettivo, dunque, non è mettere in luce categorie morali precostituite, ma indagare le emozioni che precedono la scelta e quella religiosità, talvolta inconsapevole, che ha alimentato la fiducia nel futuro e nelle generazioni successive. L’indagine si arresta in quello spazio in cui si dissolvono le appartenenze — religiose, politiche, culturali — e resta l’uomo, spogliato di ogni giustificazione. Un uomo solo, di fronte alla propria coscienza.




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