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Sorprendentemente Bedda Matri - Corry Filomé

5 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min
Copertina Libro

«Bedda Matri!», in Sicilia, si dice quando le parole normali non bastano: per lo spavento, per la meraviglia, per la rabbia, a volte per tutte e tre le cose insieme. Corry Filomé ne ha fatto il titolo della sua nuova raccolta, Sorprendentemente Bedda Matri, uscita per Grace Edizioni. Dopo averla letta credo di aver capito perché: è un libro di poesia che passa di continuo dallo stupore allo smarrimento, e che solo alla fine si concede la meraviglia piena.


Il primo dettaglio che salta all'occhio è la forma. Nella prima parte ogni poesia è scritta due volte, prima in italiano e poi in siciliano. Non è però una traduzione a fronte. La versione dialettale prende strade sue, aggiunge immagini, ne cambia altre, e qualche volta dice meglio quello che l'italiano lasciava a metà. «Ti fantastico» diventa «Ti fantasiu», «In un groviglio» diventa «Inta 'nu 'ngarbugghiu»: già nei titoli si sente che le due lingue non suonano allo stesso modo.

La raccolta si legge come un diario in due tempi. Nella prima parte c'è una storia d'amore che si sfilaccia: un «Noi» fatto di bugie che si aggrovigliano, di occasioni sprecate «per carenza nell'ascoltarsi», di un lui chiuso nelle sue partite a burraco online mentre lei si arrampica «asmatica» dentro la propria vita. Intorno c'è una geografia molto concreta, che va dai Monti Lessini alle barene della laguna veneta, dal fiume Sile all'Etna, fino allo Zibibbo di Pantelleria. La nostalgia ha sempre un indirizzo preciso.

Nella seconda parte il tono cambia e la poesia entra in casa. Ci sono le notti insonni, la melatonina che non funziona, le terapie cortisoniche e sperimentali, i «Mostriciattoli» che alle quattro del mattino vengono a riscuotere «trentennali crediti morosi». E ci sono gli animali, che sono la vera sorpresa del libro. Il criceto Giò consola l'autrice in salentino («Nu te preoccupare, ci ete iu») e all'occorrenza anche in calabrese. I due gatti, una volta sazi di patè alla trota, le dichiarano un insolito «Te volummu bene». Sembra un gioco, e in parte lo è, ma è anche il modo più onesto per dire che nei momenti peggiori la tenerezza arriva da dove meno te l'aspetti.

Il verso di Filomé è spezzato, nervoso, pieno di frasi nominali e di gerundi lasciati in sospeso. Mescola parole rare e lessico quotidiano, la Via Lattea e le scatolette per gatti, la neurologia del talamo e l'aroma del caffè alla salentina. A un certo punto è lei stessa a dichiarare la propria poetica. Le chiedono perché arranchi «in versi senza regole» e lei risponde che «poeta» per riprendere i dibattiti lasciati a metà, per non irritare e non inasprire. È una risposta che spiega bene il libro: qui la poesia non è un esercizio di stile ma un modo per tenere aperto un dialogo, con l'altro e con se stessa.


L'autrice, Corry Filomé, è diplomata in Scenografia e Scultura all'Accademia di Belle Arti di Catania e Agrigento, e si vede. La raccolta è scandita da tre sue sculture, fotografate in bianco e nero: sagome scure di tori con acrobati in equilibrio sulle corna, che fanno pensare alle tauromachie minoiche, e una figura femminile con il capo coronato di forme simili a corna o fiamme. Funzionano come pause tra una sezione e l'altra, e aggiungono al libro un tono arcaico e mediterraneo che le parole da sole non avrebbero.

Il finale è un ritorno a casa, e la casa è il Sud. Le «274 lune storte» del compagno, ingegnere chiuso nei suoi «dogmi asfissianti», vengono affrontate con ironia: in una poesia lei confessa di averlo «scaraventato dal settimo piano», ma solo con l'immaginazione. Poi si arriva a Santa Maria di Leuca, dove Ionio e Adriatico si abbracciano sotto il faro, e infine sul Dinnammare, sopra Messina, da dove si vedono Tirreno, Ionio e le Eolie all'orizzonte. Ed è lì che il titolo trova finalmente la sua esclamazione: «Bedda Matri che è beddu».


Questa silloge ha una qualità che in molte raccolte manca: è vera. Non finge equilibri che non ha. Racconta un amore stanco, una malattia, l'insonnia, e lo fa con un'ironia che tiene lontano il patetico. E porta dentro la poesia italiana contemporanea tre dialetti del Sud, siciliano, salentino e calabrese, usati non come folklore ma come la lingua in cui ci si consola davvero.


Sorprendentemente Bedda Matri è un libro per chi ama la poesia che si sporca le mani con la vita di tutti i giorni, per chi ha nostalgia di un Sud fatto di lava, ginestre e mare, e per chi sa che a volte, per ricominciare, basta un criceto che alle quattro del mattino ti dice: «ci sugnu ieu».

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