L’anima della casa azzurra - Donatella Rabiti

Questo romanzo mi ha rimesso in sella a una bicicletta usata, su una strada bianca di ghiaia che sale verso l'argine, con il sole di giugno in faccia e la sensazione di essere già fuori tempo massimo per tornare a casa. È l'effetto che fa L’ anima della casa azzurra il nuovo romanzo di Donatella Rabiti, uscito a ottobre 2025 per Tempo al Libro: un libro che parte come un ricordo d'infanzia e, pagina dopo pagina, diventa qualcos'altro.
Una donna adulta, Mirna, riceve due buste dal postino e non trova il coraggio di aprirle. Le rigira tra le mani e intanto ricorda l'estate del 1975, quella della licenza elementare, a Biagico: un paese immaginario della pianura padana fatto di pioppi, granoturco ancora basso e un fiume che si sente scorrere prima ancora di vederlo. Le lettere resteranno chiuse fino alle ultime pagine. E fa bene l'autrice a farcele aspettare.
Mirna ha undici anni e un amico inseparabile, Dario: lentiggini, ciuffo rossiccio sempre davanti agli occhi, berretto da muratore con la visiera arancione. Figlio di una madre vedova che lavora dall'alba a sera, è libero come nessun altro bambino del paese. È lui a trascinarla verso la casa azzurra, un enorme parallelepipedo abbandonato sotto l'argine, con i muri che un tempo erano blu e adesso sbiadiscono a chiazze. Dietro la casa c'è un salice gigantesco, mezzo vivo e mezzo morto, che sembra fare tutt'uno con il muro. Dietro il salice, una porta di ferro battuto con il profilo di una donna nascosto tra rami e fiori. Dietro la porta, un salone affrescato con ragazzi che danzano tenendo in mano un libro. E in uno di quei volti dipinti Mirna riconosce suo padre da giovane. In un altro, se stessa.
Mi fermo qui, perché da quel momento la storia accelera: un incidente nella notte, i carabinieri, un orologio sparito, un vecchio caso del 1950 che il paese ha preferito dimenticare. In parallelo Mirna comincia a frequentare villa Rasani, dove la madre fa le pulizie, e scopre una biblioteca con il soffitto a cupola, tappezzata di libri fino in cima e illuminata soltanto dalla luce del sole. È lì che la signora Francesca le racconta di Ipazia. Ed è da lì che il romanzo prende la sua direzione vera.
Rabiti mescola registri diversi con una certa disinvoltura: romanzo di formazione, giallo di provincia, memoria dell'antifascismo culturale. La casa azzurra, si scopre, era nata negli anni Venti come rifugio di giovani studiosi che sotto il regime leggevano e discutevano in libertà, e il salice era stato piantato come simbolo di una conoscenza capace di rinascere anche dai rami spezzati. È un'idea bella, e l'autrice ci crede fino in fondo.
Il cuore del libro, però, sta altrove: nel sapere come privilegio e come ferita. C'è chi i libri li ha ricevuti in dote e chi è rimasto fuori dalla porta della biblioteca a guardare. Una frase detta da uno dei personaggi più duri del romanzo, una donna di servizio che non ha mai studiato, mi è rimasta addosso più di tante pagine sulla filosofia antica: avere cultura significa essere liberi di scegliere. Dentro quella frase ci sono la questione di classe, quella femminile (le ragazze a cui lo studio viene negato, le donne costrette a subire in silenzio) e la denuncia della violenza che attraversa tutta la storia.
I personaggi adulti sono costruiti con cura, soprattutto le madri. Elsa, la mamma di Mirna, cambia sotto i nostri occhi: dalle chiacchiere di paese su Marina, la madre di Dario, alla difesa di quella stessa donna contro le malelingue del sagrato. Il padre Aldo, burbero, ferito, chiuso su un passato che non vuole raccontare, è forse la figura più riuscita. E Dario, con le sue risate improvvise e il suo «non ti preoccupare, so camuffare una chiusura», è un bambino vero, di quelli che chi è cresciuto negli anni Settanta ha conosciuto davvero.
La scrittura è limpida, senza orpelli, con capitoli brevi che si leggono in fretta, come nota anche Maurizio Gioiello nella prefazione. Dà il meglio di sé nelle parti descrittive: la ghiaia che acceca, le cicale che friniscono tutte insieme, l'ombra dei pioppi sulla provinciale. Ho apprezzato anche la doppia voce, la bambina che vive le cose e la donna che le ricorda, con quei passaggi in cui l'adulta ammette di non riuscire più a pensare come allora.
È un romanzo onesto, scritto da chi ama la letteratura e lo dice senza imbarazzo, e che riesce a parlare di memoria storica senza salire in cattedra. Si chiude su un'immagine che vale l'intero libro: l'azzurro di una casa abbandonata, due bambini che pedalano nella brezza del mattino, un affresco che nessuno potrà più vedere.
L'anima della casa azzurra è un libro per chi è cresciuto in campagna e se lo ricorda ancora, per chi crede che una biblioteca possa cambiare il destino di una ragazzina, e per chi ha bisogno di sentirsi dire, ogni tanto, che «la libertà continua a vivere attaccata alle radici della conoscenza.





Commenti