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Lucio Lucadamo - Intervista all'autore



Lucio Lucadamo



 


Lucio Lucadamo è nato ad Avellino il 15 Febbraio del 1961, Di lì a poco si è trasferito nel capoluogo campano senza mai rinnegare le proprie origini irpine ed in quel di Napoli ha prima conseguito la maturità classica presso il liceo Gianbattista Vico e poi laurea in Scienze Biologiche con indirizzo Biomolecolare.


Armato di autentico spirito umanista ha fatto il suo ingresso del mondo universitario diventando prima borsista, poi collaboratore tecnico scientifico e poi ricercatore, ruolo che svolge attualmente presso il Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Università della Calabria (CS). E’ docente in Ecotossicologia e si occupa di valutazione della contaminazione atmosferica mediante procedure di biomonitoraggio.


Ma, come detto, essendo l’animo pur sempre ispirato non da un istinto logico-matematico bensì logico-critico nel 2018 la “falda” dell’ispirazione letteraria è riemersa a dissetarne la sete sopita. Così le ha dato spazio adeguato ed ha “ripreso” a dedicarsi alla scrittura, nella quale si era sperimentato durante tutta l’adolescenza. Ha così pubblicato tre libri. Il primo “Alejandro de La Vega e l’imponderabile corso degli eventi” (Falco Editore, 2020), “La Fenice” (Albatros – Il Filo, 2022) con il quale ha conseguito due premi speciali della giuria (8^ Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa Città di Cefalù 2022-2023 e Premio Letterario Internazionale Città di Latina 9^ edizione 2023) ed una menzione d’onore (Concorso Letterario Argentario 2023-Premio Caravaggio-VII Ed.) ed “Il mio Pandit preferito” (Laruffa Editore, 2025). Il quarto è già bello che scritto ma non ancora edito, mentre per il quinto i lavori sono in pieno svolgimento.





Intervista su "Il mio pandit preferito"



 

Nel romanzo l’indagine su Chirag Nita e quella su Tejal Mittal sembrano procedere come due piani destinati a toccarsi: quanto era importante per te costruire una struttura investigativa che non fosse lineare, ma stratificata?

Molto. Perché risultava funzionale ad illustrare l’empietà di una figura quale Chirag Nita, tre volte carnefice: della figlia, stuprata e poi sottratta ad una maternità quanto meno riparatoria, della giornalista Tejal Mittal che cercava la verità sul traffico di minori, e di bambini e adolescenti forzatamente indotti a vendere anima e corpo per la personale cupidigia. La sua è una vicenda monito. A chi deleghiamo il compito di proteggerci? E quanto realmente ci è permesso sapere di costoro? Affidereste la tutela del patto sociale e civile che tiene unite le nostre comunità ad individui come Chirag Nita?


Aishwayra è una protagonista che vive una frattura profonda tra identità personale e ruolo istituzionale: quanto del romanzo nasce dal desiderio di raccontare proprio questa distanza?

E’ uno degli assi portanti della vicenda perché sviluppa due tematiche a me care: quella del concetto di “identità” umana e quella del pregiudizio che affondano entrambe nella matrice della “cultura”. Questa è lo strumento di cui ci dotiamo per la comprensione di quanto si manifesta ai nostri sensi se animati da un “autentico” desiderio di esplorazione, ovvero se pronti a mettere in discussione paradigmi e conoscenze quando li riteniamo non più adeguati all’interpretazione della realtà. Ayshwaira è un’anima bicefala perché avverte l’inadeguatezza di ciascun volto preso singolarmente ed ha l’onestà di ammetterlo. Il finale è in fondo la conseguenza di portare a pieno sviluppo i due cammini, del “sé” indotto e del “sé” autentico, che finiranno, inevitabilmente e, direi, fortunatamente per collidere in una catarsi a cui la donna sembra costantemente anelare creando una tensione palpabile per tutto il romanzo


Il rapporto con il padre è uno dei nuclei emotivi più forti del libro. Ti interessava soprattutto mostrare la ferita familiare o la contraddizione tra autorità morale e violenza simbolica?

Entrambe. In quanto la prima scaturisce dalla seconda. E l’interdipendenza delle due si manifesta attraverso il ruolo psicoanalitico di Narendranath che aiuta l’ufficiale donna a fare i conti con un passato accuratamente rimosso nelle pieghe di un oblio volutamente cercato nella misura in cui il padre è diventato la figura guida della figlia, al punto da farle abbracciare la stessa visione messianica che costui conferisce al ruolo di ufficiale di polizia. Se volete, un secondo monito, dopo quello di Chirag, entrambi accomunati dalle nefaste conseguenze prodotte da una concezione maschilista delle relazioni umane.


Lalima non funziona solo come interesse amoroso, ma come forza che mette Aishwayra davanti a una scelta di autenticità. Come hai lavorato per evitare che la loro relazione risultasse solo dichiarativa o illustrativa

Facendo vivere il rapporto attraverso la forza del loro confliggere alimentato dalle rispettive personalità. Dove l’una appare titubante l’altra è decisa, dove l’una è riflessiva l’altra si mostra istintiva, dove l’una è ancorata a figure genitoriali l’altra ha ripudiato la famiglia, dove l’una fa della deontologia un valore l’altra è irrituale per definizione. Lungi dal costituire una relazione coerente ed idilliaca è la parabola della vita aspra che non fa sconti, perché nessuna delle due è disposta a rinunziare al “proprio modo di essere” ma neppure ad accendersi per l’altra. E’ il tutto o nulla a cui ci pone di fronte un sentimento totalizzante.


Il romanzo insiste molto sul modo in cui la società e il contesto professionale giudicano il corpo e le scelte della protagonista. Quanto hai voluto rendere visibile la pressione del sistema più che il conflitto individuale?

In realtà è proprio la pressione del sistema ad alimentare il conflitto di Ayshwaira. Perché tale conflitto deriva dalla consapevolezza che la sua attrazione per un individuo dello stesso sesso è fortemente stigmatizzata. Il paradosso sottolineato nella narrazione consiste nel fatto che una tale riprovazione è, in parte, eredità della legiferazione coloniale britannica e dei suoi pregiudizi morali religiosi (quindi etero-indotta) a fronte di un atteggiamento culturale nazionale ambivalente dove, a dispetto di una concezione fluida della sessualità tipica dell’induismo si contrappone, soprattutto in contesti rurali e patriarcali, un realizzarsi della sessualità strettamente nella relazione uomo-donna.


Narendranath sembra avere una funzione quasi maieutica: non offre soluzioni, ma costringe Aishwayra a guardarsi davvero. Lo hai pensato fin dall’inizio come guida o come detonatore narrativo?

Narendranath è un personaggio di estrema attualità. In primo luogo è un migrante, originario del Sudafrica, ai tempi dell’Apartheid, che sbarca nel subcontinente, la terra più popolosa e ricca di complessità al mondo, armato di grande pragmatismo. Per cui sfama il corpo svolgendo un lavoro di Copywriter laddove alimenta il proprio “standard” intellettuale (una laurea in storia della filosofia) proponendosi come “consulente psicologico”. E’ quindi l’uomo giusto per i “viaggi dell’introspezione” e come tale è una guida ma non del tipo didascalico e convenzionale. Sobilla, riprende, incoraggia, critica, ammansisce ma mai blandisce. Instancabile scava come un minatore fino a portare alla superficie la “falda” identitaria alla cui acque, se abbeverarsi o meno, lascia la scelta a chi si è affidato alle sue cure.


La figura di Chirag Nita è centrale non solo per l’indagine, ma anche per il discorso sulla rispettabilità pubblica e privata. Cosa ti interessava di più in quel personaggio: il colpevole, il padre, o l’uomo spezzato dal proprio passato?

L’idea era fare di lui un archetipo ossimorico, ovvero quanto l’equilibrio individuale possa basarsi sulla convivenza tra una realtà sostanziale ed una formale del tutto inconciliabili: nel privato l’uomo “nero” che si abbandona alle peggiori turpitudini, di cui ingordo si nutre, nel pubblico una figura di granitico tutore della legge, esempio per più di una generazione di giovani colleghi che lo hanno eretto a simbolo di vita. In fondo il suo peccato mortale è la supponenza perché non intende riconoscersi da uomo abietto qual è e pretende anche di purificarsi il karma mediante l’idolatria carpita agli altri con l’inganno.


Nel libro la discriminazione di genere emerge in modo netto dentro la polizia e nella sfera familiare. Ti interessava raccontarla come violenza esplicita o come insieme di micro-aggressioni e aspettative interiorizzate?

Senza dubbio la prima. Perchè si tratta di un fenomeno che, strisciante od esplicito, va condannato senza se e senza ma. Quindi meglio produrre esempi “ben individuabili” dai quale traspare con chiarezza quanto si tratti di una “strategia” di soggiogamento dell’altro lucidamente e surrettiziamente messa in essere torcendo a proprio uso e consumo tradizioni e dettami religiosi. La pratica residuale del Sati, l’aborto preventivo dei feti femminili, gli abusi domestici, lo scarso accesso al lavoro e la discriminazione salariale sono tutte realtà che collocano l’India alla 131ma posizione su 148 paesi nel Global Gender Gap report. Come chiudere gli occhi davanti a tutto ciò?


La scrittura del romanzo è molto densa e spesso molto visiva. È stata una scelta per restituire meglio il sovraccarico emotivo dei personaggi, o una forma di resistenza a una narrativa più asciutta?

Penso che ogni personaggio creato abbia un universo cognitivo ed emotivo da esternare con le parole, i comportamenti, l’abbigliamento, oltre ad un joyciano flusso di coscienza. Quanto più riesco a comunicarlo al lettore tanto più sento di creare quell’atmosfera immersiva in grado  di accompagnare nello sviluppo delle vicende individuali e collettive. L’intento è coinvolgere e fare riflettere. Sulla complessità umana. Guardare ad un dettaglio, guardare ai dettagli, senza perdere la visione d’insieme che s’accende al calare dell’ultimo tassello.


Se dovessi indicare il vero motore del libro, diresti che è il mistero, la colpa, l’amore o la ricerca di una libertà finalmente non negoziata?

L’ultima. Ma il concetto di negoziazione è rivolto verso se stessi più che verso le costrizioni esterne. Ed Aishwayra ne è il simbolo. Perché si scopre una persona pienamente “libera” quando l’Ayshwaira “di prima” non esiste più, quando trova il coraggio di rinnegare l’identità, artificiosamente costruita, che le stava indosso come una rilucente corazza, in realtà strangolandola. Un amore malsano abbandonato per salvarsi la vita.





Copertina Libro

(Sinossi)


Aishwayra Jai è un’ispettrice della polizia di Mumbai che porta addosso un doppio peso: da un lato il prestigio del suo incarico, dall’altro una vita privata segnata dal segreto della relazione con Lalima Gamesh e da un rapporto difficile con il padre, ufficiale rigido e autoritario. A sostenerla c’è il suo pandit di fiducia, Narendranath Chaudary, che la aiuta a fare chiarezza dentro di sé mentre lei affronta un’indagine sempre più intricata.

Il romanzo prende avvio dalle morti di Tejal Mittal, giornalista impegnata contro lo sfruttamento minorile, e di Chirag Nita, poliziotto di lungo corso.


Le indagini di Aishwayra la portano a scoprire un sistema corrotto fatto di sfruttamento, complicità e interessi potenti, fino a smascherare i responsabili dell’omicidio della reporter. Ma il caso si complica ancora quando si tratta di capire chi abbia ucciso Chirag: tra sospetti, segreti di famiglia e vecchie ferite, la verità finirà per ribaltare molte certezze.

Nel frattempo, la fragilità di Aishwayra emerge anche sul piano personale: la sua omosessualità viene scoperta dalla domestica Ahladita, e la conseguenza è una rottura durissima con la famiglia e con il mondo che la circonda. Eppure proprio da questa caduta nasce una nuova possibilità: Aishwayra sceglie di non piegarsi, riannoda il legame con Lalima e trova una strada diversa, più libera e più giusta, dentro e fuori da sé.

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