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Laura Calderini - Finalista Premio Nabokov 2025 - Narrativa Inedita



Laura Calderini

Laura Calderini - sono romana di nascita e orvietana d’adozione, ho una laurea in Giurisprudenza nel cassetto e una vita trascorsa in uno studio legale dove, dal 1987, lavoro come impiegata.

Ma la mia vera grammatica è un'altra. Da circa quindici anni mi dedico alla scrittura narrativa, un percorso che è stato anche un viaggio nel tempo: se a trent'anni ero una ragazza repressa e inibita, a cinquanta mi sono scoperta donna riscattata, e oggi, superati i sessanta, posso finalmente progettare il futuro a mia immagine e somiglianza.


Con la tipica presunzione di chi scrive, ho sempre "visto" le mie storie proiettate su uno schermo; per questo ho studiato sceneggiatura.


Come scrivo nel mio ultimo libro, Donne che vestono d’ortica:


«Da anni mi sono investita di un’arte divinatoria che, al palesarsi di un segno, mi consente di osservare, intendere e elaborare le cose della vita in modo del tutto personale. Di andare oltre il qui e ora, guardare in trasparenza e buttare l’occhio verso un mondo “altro”».


 


INTERVISTA ALL'AUTORE




Come hai scelto il titolo del romanzo?

Rosso melanconia è nato abbastanza presto, quasi insieme alla storia. Cercavo un titolo che contenesse due tensioni opposte: il rosso, che richiama vita, desiderio, corpo, ribellione; e la melanconia, che invece parla di perdita, silenzio, memoria.

Nel romanzo convivono entrambe queste forze. Mi interessava che già dal titolo si percepisse questa contraddizione.


Ci sono temi particolari che volevi esplorare attraverso la storia?

Prima di tutto il confine sottile tra normalità e follia, e il modo in cui spesso la società ha usato certe etichette per mettere a tacere soprattutto le donne scomode, libere o semplicemente fuori dagli schemi. Poi la memoria: quello che viene tramandato, quello che viene nascosto, e quanto il passato continui a parlare nel presente. Infine la dignità delle persone, anche nei luoghi dove sembrerebbe essere stata cancellata.


Qual è stata la scena più difficle Qda scrivere?

Le scene ambientate nel manicomio sono state le più difficili, non tanto dal punto di vista tecnico quanto umano. Volevo raccontare una realtà dura senza compiacimento, senza trasformare il dolore in spettacolo. La sfida era restituire sofferenza e ingiustizia, ma anche la capacità di resistere, i piccoli gesti di solidarietà, la luce che a volte riesce a sopravvivere perfino nei luoghi più chiusi.


Hai lasciato spazi per un possibile sequel?

Sì, perché alcuni personaggi hanno continuato a vivere dentro di me anche dopo l’ultima pagina. Quando accade, significa che la storia non ha ancora detto tutto. Mi affascinava immaginare cosa potesse succedere dopo, fuori da certi muri, una volta riconquistata la libertà. In effetti quel mondo narrativo aveva ancora molte strade da aprire.

 

 


ROMANZO FINALISTA - PREMIO NABOKOV 2025




Copertina Libro

Rosso Melanconia

(Sinossi)


Italia, anni Cinquanta. All’ombra dei manicomi, istituzioni totali dominate dal silenzio e dalla contenzione, si consuma il destino di chi è considerato "fuori posto". A Campozanone, un imponente villaggio psichiatrico, la devianza non è una diagnosi, ma una colpa: disobbedienza, fragilità o il semplice rifiuto di piegarsi ai modelli femminili dell'epoca.

Viola, giovane moglie di Guido Ravelli — medico brillante e Direttore dell’istituto — è il perno di questa vicenda. Intelligente e inquieta, Viola non riesce a incarnare il ruolo della consorte devota.


La sua "melanconia" diventa per il marito un enigma clinico e un'ossessione affettiva che lo spinge, con il tacito assenso dell’austero Generale Corsi, padre della donna, a internarla nel padiglione dei "tranquilli".

Oltre il cancello, Viola scopre un microcosmo umano vibrante e dolente. Qui incontra tre compagne che diventeranno la sua nuova famiglia: Carolina, detta Madama Parigi, attricetta e cantante che tenta di non far spegnere la propria vitalità; Rosaria, la puttana sfregiata, napoletana verace che oppone al dolore un’ironia corrosiva; e Stella, la funambola, una giovane cresciuta nel circo che abita un mondo di immagini e filastrocche infantili.

Attorno a loro si muovono figure di confine: Rosa, l’infermiera che riconosce nelle recluse il proprio riflesso di moglie infelice; Suor Caterina, figura terragna e ribelle che sfida il potere medico in nome di una pietà concreta; e soprattutto Teresa, l’ausiliaria custode di segreti, che protegge tra le sbarre il piccolo Giacomo, un bambino con sindrome di Down nato da una ricoverata e miracolosamente "salvato" dalla morte burocratica per diventare un soffio di poesia e purezza in un luogo di atrocità.

Mentre subisce la violenza delle terapie — bagni di ghiaccio, elettroshock e umiliazioni — Viola ingaggia una lotta silenziosa per non essere ridotta a semplice "caso clinico" dagli occhi del marito-carnefice. Il rapporto con Guido si fa teso: lui è diviso tra il dovere della scienza e un sentimento senza nome; lei è decisa a restare persona. In questo scontro, la malinconia di Viola muta forma: da peso soffocante si trasforma in consapevolezza politica e umana. L'alleanza tra le donne, le "melanconiche", diventa l'unica forma di resistenza possibile.


Il finale ribalta l'ineluttabilità del destino. Grazie a un inaspettato intervento del Generale Corsi, che muove i fili del potere per riscattare la figlia, l'impossibile accade: non solo Viola viene dimessa, ma ottiene la libertà anche per Stella, Rosaria e Carolina. In un’uscita corale e fiera, supportata dal coraggio di Teresa e Suor Caterina, le quattro donne varcano la soglia del manicomio. Non è una fuga, ma un atto di riappropriazione: il riscatto di chi, attraverso il dolore, ha conquistato il diritto alla propria esistenza.

 


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