Giovanni Verga - Finalista Premio Nabokov 2025 - Saggistica Edita
- Salvatore Amorello
- 12 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Laureato in Lettere, giornalista professionista, ha realizzato servizi giornalistici nelle aree di crisi, in Afghanistan e in Medio Oriente, in particolare in Israele, nei Territori Palestinesi, in Siria, in Libano.
In Afghanistan ha seguito gli anni della transizione, sia come freelance sia come giornalista embedded al seguito della missione militare italiana in ambito Nato. In Siria ha seguito i primi anni della guerra.
E’ stato tra i vincitori del Premio giornalistico “Guido Vergani - Cronista dell’anno” (2005) e di una menzione speciale al Premio “Giornalisti del Mediterraneo” (2012) con il primo reportage italiano dal campo profughi siriani di Za’atari in Giordania. E’ il vincitore per la stampa italiana del premio giornalistico internazionale “Cristiana Matano - Lampedus'amore” (2020) con un reportage sui profughi siriani nella città di Gaziantep (Turchia).
E’ autore dei libri reportage Vivere in Palestina tra tablet, Muri, Bibbia e Corano (Infinito Edizioni, 2014) e In viaggio con la Jihad - Afghanistan, Siria - Un reportage di frontiera (Alpine Studio, 2016).
E’ discendente dello scrittore verista.
INTERVISTA ALL'AUTORE
Qual è l'argomento principale del tuo saggio?
L’intento del libro è far luce su Enver Hoxha,un personaggio poco conosciuto fuori dal suo Paese già quand’era al potere, e che invece ha lasciato un segno profondo nel secondo Novecento europeo. Il libro si può definire un “reportage nel passato” ricavato dall’incontro con persone che hanno vissuto quegli anni e raccontano come la loro vita fosse diventata una sorta di psicodramma. Quello che rivelano le testimonianze è l’aspetto “orwelliano” del sistema di controllo della popolazione in Albania tramite il Sigurimi, la temutissima polizia politica. A quel tempo si diceva che “anche i muri hanno occhi e orecchie”.
Perché hai scelto questo tema?
L’Albania è stato per più di quarant’anni, durante il regime assoluto di Enver Hoxha, un luogo inaccessibile: sono famosi i bunker fatti costruire per difesa da un immaginario attacco nucleare. E’ stato un Paese invisibile, completamente isolato, recintato in un’auto-apartheid collettiva: non entravano turisti, uomini d’affari, giornalisti, visitatori. Non si entrava e nemmeno si usciva. Un Paese sotto reclusione in piena Europa, ai confini con altri due e a poche decine di miglia dalle coste italiane. Le vicende di un regime totalitario come forse nessun altro nel secondo Novecento riguarda anche noi, perché in Europa è nato e lì ha le sue radici, in una nazione poi che ha avuto strettissimi rapporti con l’Italia. Quei quarant’anni restano un “buco nero” su cui nessuno sembra interessato a fare luce seriamente. Era una lacuna da colmare, senza partire da posizioni precostituite.
Come hai strutturato il saggio?
Ogni capitolo segue in ordine cronologico e in modo romanzato una fase della parabola enverista: la costruzione dell’apparato e dei servizi segreti con i primi processi; la campagna contro la religione, con la persecuzione del clero cattolico e la chiusura dei luoghi di culto; la purga contro gli intellettuali e gli artisti; la purga contro i militari e, infine, la soluzione finale, con l’eliminazione del numero due del regime.
Come hai deciso il titolo del saggio?
“L’uomo che non doveva mai morire” era uno slogan della propaganda del regime. Fu ripetuto anche nella oceanica cerimonia del funerale di Hoxha nella grande piazza di Tirana dal suo “delfino” Ramiz Elia, che fu il suo successore dopo la morte. Ma il sistema messo in piedi da Hoxha inevitabilmente non gli sopravvisse, crollerà pochi anni dopo. Nel libro appare chiaro che il suo era un modello del tutto unico, un mix di comunismo e di retaggio della cultura tradizionale e clanica albanese, che non aveva paragoni con gli altri “colleghi” del blocco dell’Est, da Ceausescu a Tito.
SAGGIO FINALISTA PREMIO NABOKOV 2025
L'uomo che non doveva mai morire.
L'Albania e il regime di Enver Hoxha
(Sinossi)
Il libro racconta gli ultimi vent’anni di vita del dittatore albanese Enver Hoxha . E’ un racconto ricavato dall’incontro con testimoni finiti sotto indagine o imprigionati dal Sigurimi, il più temibile servizio segreto dell’Est. Attraverso i loro racconti e le loro testimonianze, si ricostruiscono gli anni tra il 1965 e il 1985, anno della morte di Hoxha, le purghe e la deriva “paranoica” del suo regime poliziesco.
Dalle testimonianze emerge l’aspetto orwelliano della macchina del controllo della popolazione; l’ingranaggio che stritolava il cittadino comune come l’uomo della nomenklatura; l’attività della polizia segreta, il Sigurimi; le modalità operative della macchina giudiziaria, fino all’ultima messinscena del processo. Storie che però assurgono a un valore simbolico, oltre la precisa cornice storica nella quale sono inserite, diventando emblematiche delle conseguenze a cui può portare la degenerazione del potere.






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