Asimmetrie dei giorni pari - Valentina Di Ludovico
- Salvatore Amorello
- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
C' è un modo preciso in cui certi libri ti trovano prima che tu li cerchi. Non è questione di algoritmi né di copertine azzeccate. È che atterrano sul comodino nel momento sbagliato, o forse in quello giusto, e non ti lasciano dormire. Asimmetrie dei giorni pari di Valentina Di Ludovico è uno di quelli. Un romanzo che si apre con una conta — uno, due, tre — e non smette più di contare fino all'ultima pagina, fino a quando capisci che quella conta non è un vezzo stilistico: è una questione di sopravvivenza.
La protagonista si chiama Marta Petri e ha imparato presto che il mondo non è un posto simmetrico. Anzi: è un posto che mente, che sparisce, che abbandona. Sua madre ha portato via con sé la versione del mondo in cui si stava bene, e da lì in poi Marta ha costruito i suoi argini come poteva — con una matrioska tenuta stretta nel palmo, con una conta silenziosa, con la certezza fissata nelle ossa che amare qualcuno significa perderlo. Il libro si apre con una scena che sembra un incidente — una bambina in mezzo alla strada, un impatto, il terrore — e invece è qualcosa di più complesso e più sottile: è la mente di Marta che decide di farsi sentire. Di botto, senza avvisare.
Di Ludovico scrive il disturbo mentale con la stessa precisione con cui si descrive un'alluvione: dal di dentro, mentre l'acqua sale, senza guardare dall'alto.
Quello che colpisce, e che rende questo romanzo diverso da tanta narrativa che si avvicina al tema della salute mentale con il distacco asettico di un referto, è il modo in cui Di Ludovico scrive il disturbo dall'interno. Non ci spiega Marta — la abita. I pensieri intrusivi, i rituali, le immagini che si sovrappongono alla realtà come diapositive bruciate: tutto questo non viene mai commentato, annotato, etichettato. Semplicemente accade, sulla pagina, con la stessa urgenza caotica con cui accade nella testa di chi lo vive davvero. Il lettore non osserva Marta da fuori: ci cade dentro, e fatica a risalire.
Il paese in cui si muove la storia è un luogo di confine — quelle viuzze strette, quei recinti verdognoli, quella gente che sussurra sulle panchine — e la nonna Zasa, donna cresciuta sotto i movimenti indipendentisti russi e poco incline a qualsiasi forma di patto, è il personaggio che funziona da contrappeso narrativo con la sua anarchia dolcissima. Poi c'è Enzo, il libraio che tutti chiamano Poeta, e qui Di Ludovico fa una cosa abbastanza rara: costruisce una storia d'amore che non guarisce nessuno, che non salva nessuno, ma che esiste lo stesso, con tutta la sua urgenza impacciata e ostinata. Marta lo desidera e lo respinge con la stessa intensità, perché ha imparato che tenere qualcuno vicino significa esporsi alla possibilità di perderlo, e questa possibilità ha una voce nella sua testa che non si abbassa mai del tutto.
"Dispari, morte." Due parole che tornano come un'eco sotto la giostra di paese, e che portano tutto il peso di una mente che ha trasformato la superstizione in sistema di difesa.
Il titolo porta già dentro di sé la sua spiegazione più nascosta: i giorni pari, nell'universo mentale di Marta, sono quelli in cui si sopravvive. I dispari no. È una logica che a freddo non regge, ma che nella sua testa è diventata architettura portante, uno scheletro su cui appoggiare tutta la paura. Di Ludovico costruisce questo sistema con coerenza e senza giudizio, e ci riesce perché ci crede — si sente che questa storia è stata abitata prima di essere scritta.
Le poesie di Franco Arminio attraversano il romanzo come correnti d'aria nelle stanze chiuse. Non ornamentali, non decorative: necessarie. Arminio ha quella capacità di nominare il dolore piccolo, quello che non fa notizia, e la scelta di intrecciarlo alla voce di Marta crea un effetto di risonanza che rimane appiccicato alle pagine. Sullo sfondo, a fare da cornice apocalittica e concretissima, c'è l'alluvione della Romagna — Ravenna sommersa, la libreria di Enzo che diventa poltiglia, i ponti che cedono. Il disastro naturale non è metafora pigra: è il momento in cui l'esterno finalmente assomiglia all'interno, e Marta si ritrova a salvare Enzo dall'acqua come se salvandolo potesse aggiustare tutto ciò che non è riuscita a tenere in piedi prima.
L'epigraph di Stanislaw Lem — quella frase da Solaris che dice che le cose accadute possono essere tremende ma più tragico è ciò che non è accaduto, mai — è la chiave di lettura più onesta che l'autrice potesse scegliere. Perché il nucleo del romanzo non è il trauma in sé: è tutto quello che Marta non ha potuto essere, tutte le versioni di sé che sono rimaste bloccate in quella bambina che guardava la madre portata via dall'ambulanza. L'adulta che è diventata porta in giro quella bambina come un nodo alle costole, e il romanzo è la storia di come impara, lentamente, a slegarlo almeno in parte.
Il finale — sul treno verso Ravenna, le foto ingiallite in tasca e i libri di poesie di Enzo stretti in mano — non risolve niente nel senso convenzionale del termine. Non c'è guarigione certificata, non c'è quadro che si raddrizza da solo. C'è soltanto il gesto di salire su quel treno, che per Marta vale quanto scalare una montagna. Di Ludovico ha la saggezza di non spiegarlo, di lasciarlo succedere e basta. E quella sosta sul marciapiede, il segnalibro con la matrioska stilizzata lasciato a faccia in giù sul sedile invece di essere rimesso fra le pagine — è un piccolo atto di libertà che pesa più di mille parole.
Un libro che non fa sconti, non al lettore e non ai suoi personaggi. Che parla di salute mentale senza il tono condiscendente di chi vuole spiegare e senza la retorica di chi vuole commuovere a tutti i costi. Un libro che conta — uno, due, tre — e intanto ti chiede, sottovoce, se anche tu stai contando qualcosa.
L'Autore
Valentina Di Ludovico è un tecnico della riabilitazione psichiatrica, vive e a Teramo e lavora nel Centro Salute Mentale di Giulianova.
La Vertigine del tutto è il suo primo romanzo (Augh Edizioni, 2023) secondo classificato al Premio Letterario nazionale Holden 2023, finalista al Premio letterario Internazionale Charles
Dickens, segnalato al Premio letterario Internazionale Mario Luzi e selezionato fra i "200 libri più belli d'Italia" nell'ambito del Concorso Tre colori.
Traiettorie Sommerse (Affiori, 2024) che ha vinto il Premio letterario nazionale Giovane Holden 2024.
Asimmetrie dei giorni pari è il suo ultimo romanzo edito da Bertoni. Segnalazione di merito al premio Città di Latina 2025, Terzo posto Premio Letterario Nabokov 2025.






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