Pietro Buccinnà - Interivsta all'autore
- Salvatore Amorello
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Chi è Pietro Buccinnà?
Pietro Buccinnà è nato ad Albenga, un’ antica cittadina romano medioevale, situata nella provincia ligure di Savona, il 29 giugno 1964.
Ultimo genito di una famiglia emigrata dalla Calabria durante i primi anni 50. Mio padre, ex deportato nei campi di concentramento nazisti, a fine guerra entrò nel sindacato per difendere i diritti dei braccianti, ma il forte potere del baronato locale, mise una taglia su di lui di un milione di lire, cifra che al sud e in quegli anni era molto interessante. All’epoca mio padre aveva già due figli e una in arrivo, quindi decise di proteggere la famiglia emigrando.
Nel 1963, moriva mia sorella, di una malattia allora incurabile, quindi i miei genitori, sconvolti dal dolore e vittime della loro ignoranza, decisero di mettere al mondo un’altra creatura, con la speranza di riprodurre lei. Ovviamente, non fu così, e nacqui io. La mia venuta al mondo non fu una gioia, il mio stesso nome fu dato dall’addetto all’anagrafe guardando il calendario, scegliendo il santo di quel giorno.
Poco dopo aver compiuto gli otto anni, venni obbligato a lavorare tutti pomeriggi dopo la scuola, dalle 14.00 alle 19.00 durante l’anno scolastico e dalle 7.00 alle 20.00 durante l’estate con uno stop dalle 13.00 alle 15.00 sette giorni su sette. Da allora non ho mai smesso di lavorare.
Intervista su "Come soldati di cartone..."
Nel raccontare la vicenda degli internati militari italiani ha sentito il bisogno di correggere una lacuna della memoria pubblica o soprattutto di restituire dignità a una storia familiare e collettiva?
Il mio racconto nasce principalmente per dare un riconoscimento a mio padre, per ciò che ha dovuto vivere suo malgrado. Strada facendo mi sono reso conto che come lui, lo stesso diritto lo avevano moltissimi ragazzi della sua generazione, e quindi questo libro è per ricordare tutti loro. Purtroppo la memoria è una di quelle cose che si perde facilmente, e le vicende belliche attuali ce lo dimostrano, quindi lasciare qualcosa scritto è sempre un buon tentativo per non dimenticare.
Il suo libro insiste molto sulla fame come esperienza fisica ma anche morale. Crede che sia uno degli elementi più efficaci per far comprendere davvero la condizione dei prigionieri?
Sono certo, che la condizione psicofisica di un prigioniero, sia qualcosa di complicato da trasmettere con le parole. La fame è una condizione minima che magari molti di noi hanno provato almeno una volta nella vita, anche se per un solo giorno. Partire da questa piccola sensazione di disagio e provare a proiettarla pe due anni, può essere un punto di comprensione. Cibo e acqua sono due elementi che entrano nei nostri pensieri, quando vengono a mancare, perché l’istinto di sopravvivenza prevale su tutto.
Nel libro la violenza non è mai soltanto quella dei colpi o delle armi, ma anche quella psicologica dell’umiliazione e dell’arbitrio. Era questa la forma di violenza che più voleva mettere in luce?
Ho cercato di mettere in luce la sofferenza peggiore. Il dolore delle percosse, passa, ma l’umiliazione di averle ricevute resta, soprattutto se subite in una condizione di impotenza. Ci sono moltissime vicende nella storia in cui umiliare il nemico ha provocato sofferenze maggiori della sconfitta militare. Della la guerra sannitica, non ricordiamo facilmente in quale battaglio Roma fu sconfitta, ma nella memoria ciò che ci resta impressa sono le Forche Caudine, che non vede uomini morire, ma derisi e umiliati. Oppure gli stupri forzati perpetrati dai giapponesi durante l’occupazione della Cina, fatti davanti agli occhi dei familiari. Nelle vicende che riguardano questo romanzo, ho voluto evidenziare, come il soldato tedesco sentisse il dovere di sminuire l’ex alleato traditore.
Il protagonista e gli altri personaggi non appaiono mai come eroi tradizionali, ma come uomini comuni travolti dalla Storia. Ha scelto volutamente questa prospettiva anti-retorica?
Assolutamente si! Gli eroi dell’immaginario collettivo, sono quelli che vediamo nei film. La realtà di una guerra, vede solo pochi di loro saltare la barricata con il coltello tra i denti, la maggior parte sono uomini che cercano, ogni uno a modo proprio di sopravvivere. Sono certo che anche la persona più sicura di se, in un contesto bellico, inizi a mettere in discussione molto di se stesso. I ragazzi della mia storia, sono contadini, operai, pescatori, la maggior parte semi analfabeta, e in loro ho visto il piccolo eroe quotidiano, impegnato a sopravvivere alla vita, ma in pochi di loro c’era l’eroe disposto a morire per una causa a cui non avevano chiesto di aderire.
Quanto lavoro di documentazione c’è dietro il libro e quanto invece è affidato alla ricostruzione narrativa? E in quali punti ha sentito di dover lasciare spazio alla letteratura?
Il lavoro di ricerca è basilare. Le fonti narrative, vanno assolutamente verificate. Spesso chi racconta tende ad enfatizzare alcuni avvenimenti, oppure la memoria mescola luoghi e date, o ancora aggiunge o toglie particolari importanti. Per scrivere questo libro ci sono voluti due anni, i più passati alla ricerca di riscontri a ciò che mi è stato raccontato. Chi leggerà questo libro deve sapere che solo i dialoghi sono molto verosimili, ma che il contesto storico geografico è assolutamente vero.
(Sinossi)
La storia è quella di un ragazzo calabrese, che vive in un piccolo paese sulle colline al centro della regione, il paese si chiama Monterosso Calabro.
I baroni locali, padroni della maggior parte della terra coltivabile, impediscono ai giovani figli dei loro braccianti di frequentare la scuola, perché le loro braccia sono più utili alla campagna. Quindi questo giovane uomo, privo di scolarizzazione e che parla solo in dialetto, si ritrova nel 1940 a indossare una divisa e a sostituire la zappa con un fucile, per poi essere catapultato in mezzo ad una guerra. Sotto le armi imparerà a leggere e a scrivere, ma anche a uccidere.
Verrà traferito in aereonautica, dove sarà mitragliere di coda sui nostri aerei, e verrà abbattuto due volte, riuscendo a salvarsi.
Nel 1943, si trova nell’aeroporto del Pireo in Grecia, e il 9 settembre, dopo la dichiarazione dell’armistizio, fugge insieme a diversi commilitoni per timore delle reazioni tedesche, ma saranno costretti a consegnarsi, dopo che gli è stato promesso il rientro in patria.
La bugia la si scopre molto presto, e dopo alcuni giorni si trovano in un campo di smistamento in Austria, dove gli verrà chiesto di riarruolarsi nel nuovo esercito che Mussolini sta ricostruendo.
Stanco della guerra, rifiuta, ma da quel momento inizierà la sua odissea.
Mandato in un campo di lavoro a Mauthausen, dopo un incidente gli verranno estratti alcuni denti senza anestesia. Nel campo successivo lavorerà in miniera dalle 7 del mattino alle 7 di sera, e non vedrà la luce del sole per almeno sei mesi. Ribellatosi a una guardia, sarà trasferito in un campo di punizione, dove subirà una fucilazione, ma non essendo stato colpito, sarà momentaneamente graziato. Fuggirà, e quando verrà ripreso per paura che possa essere giustiziato, da un nome falso, quello di un suo compagno morto in africa. Subirà torture, umiliazioni, vessazioni da parte della popolazione civile, fame, freddo e malattie. Vedrà morire alcuni amici, e inizierà a pensare che per lui è solo una questione di tempo, convinto che tutti moriranno.
Liberato dagli americani, sarà trasferito in Francia, dove sconterà una pena di 11 mesi insieme ad altri compagni per un omicidio commesso solo da uno di loro.
Tornerà in Italia nel 46 pesando meno di 40 kg, e quando tornerà al paese, si renderà conto che la guerra gli ha portato via quel poco che aveva, e dovrà mettere da parte la sua tragedia per affrontare la vita.
Si sposa e nel 1950 a causa della povertà di quei luoghi è costretto a emigrare al nord, in Liguria, dove verrà trattato come uno straniero ( terrone), rivedendo nella popolazione locale lo stesso disprezzo che aveva quella in Germania.
Non ha scelto lui di combattere, e gli avevano detto che lo faceva per difendere l’intera Italia, ma non era vero, perché per quelli del nord era uno straniero, e non aveva nessun valore il sacrificio che aveva fatto.
Per quasi un anno, lui e molti meridionali, vissero lavorando a volte 15 ore al giorno, come nel lager, dormirono in stalle o baracche, come nei lager, non avevano acqua corrente o luce, come nei lager e cagavano scavando buche nella campagna, mentre nei lager avevano le latrine.
Solo dopo 11 mesi, riuscì ad avere un alloggio e a far arrivare la famiglia. Nonostante tutto questo, riuscì ad essere una brava persona e ad aiutare sempre il prossimo. Mori a quasi 90 anni nel 2011.
La sua frase che più mi è rimasta impressa quando mi raccontò la sua intera storia è stata:
io sono morto in Germania nel 1940 e tutto quello che è arrivato dopo, lo considero solo un regalo della vita a cui devo solo rispetto.
Quel ragazzo si chiamava Soccorso Buccinnà ed era mio padre.





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