Come soldati di cartone ... sotto la pioggia - Un viaggio nella memoria
- Salvatore Amorello
- 24 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 2 giu
Come soldati di cartone ... sotto la pioggia, di Pietro Buccinnà, non è un testo che cerca eleganza fine a se stessa o costruzioni letterarie elaborate: punta piuttosto alla verità dell’esperienza e proprio per questo arriva forte, diretto, senza mediazioni.
Il libro segue la vicenda degli internati militari italiani dopo l’8 settembre, dentro un mondo fatto di fame, umiliazione, lavoro forzato, spostamenti continui e paura quotidiana. Il valore del romanzo non sta solo nel contenuto storico, soprattutto nel modo in cui riesce a restituire la fragilità degli uomini, la loro stanchezza, il loro bisogno quasi elementare di restare vivi e riconoscersi ancora come persone.
Il titolo è perfetto perché suggerisce proprio questo: soldati che esistono ancora in apparenza, ma che la guerra ha reso fragili, piegabili, quasi senza consistenza.
Uno degli aspetti più riusciti del libro è la capacità di trasformare la sopravvivenza in racconto. Ogni dettaglio conta: il cibo, il freddo, le scarpe, la fatica, le attese, i trasferimenti. Anche i momenti più semplici diventano enormi, perché in quelle condizioni tutto acquista un peso diverso. Un pezzo di pane, una tazza di brodo, un paio di scarpe possono significare molto più di quanto significherebbero in tempo di pace.
Come soldati di Cartone
Un estratto che resta addosso
Tra le pagine più efficaci c’è sicuramente quella in cui i prigionieri si trovano davanti al cibo e alla scelta imposta dai fascisti. È un passaggio duro, ma anche molto rivelatore, perché mostra fino a che punto la fame possa diventare uno strumento di ricatto e di dominio.
“Dai camion stanno scaricando due enormi pentoloni che fumano. [...] Si dirigono verso la tavola, e iniziano a mangiare.Noi restiamo lì, a guardarli fino a quando non hanno finito, poi li radunano e cominciano una marcia inversa a quella con cui siamo arrivati. [...]Ecco, penso, ora riempiono i piatti vuoti, e ne danno anche a noi magari meno, ma non ci lasceranno morire di fame.”
In questo passaggio c’è tutto il libro: l’attesa, la speranza, la delusione, la fame che prende il posto del pensiero, l’illusione che dura un attimo e poi si spezza. È una scena che colpisce per quello che racconta e per come lo racconta. Si sente la disperazione, ma anche la lucidità con cui il narratore osserva sé stesso e gli altri. Ed è proprio lì che il romanzo diventa davvero interessante: quando mostra l’essere umano costretto a misurarsi con il limite più elementare, quello della sopravvivenza.
Lo stile del romanzo è asciutto, immediato, spesso vicino alla lingua parlata. Si ha davvero la sensazione di ascoltare una voce che viene da dentro l’esperienza, non da sopra di essa. A tratti la scrittura rinuncia alla rifinitura, ma in cambio guadagna una sincerità rara. E in un libro di memoria questo conta moltissimo.
Dal punto di vista storico, il romanzo ha anche un altro merito: riporta al centro una vicenda che per anni è stata poco raccontata o trattata in modo marginale. Gli internati militari italiani sono spesso rimasti ai bordi della narrazione pubblica della Seconda guerra mondiale. Qui invece tornano a essere protagonisti, con tutta la loro complessità, il loro dolore e la loro dignità spezzata ma non annullata.
Come soldati di cartone ... sotto la pioggia è un libro importante prima ancora che bello, nel senso più classico del termine. È importante perché conserva una memoria, perché dà voce a chi è stato a lungo dimenticato, e perché ricorda che la guerra non finisce quando si fermano le armi: spesso continua nei corpi, nella fame, nella paura e nel modo in cui un uomo prova a restare se stesso.







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